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Quando ho avuto anche io la “sindrome dello stagista”

2026-03-11 09:35

Simona Gibroni

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Quando ho avuto anche io la “sindrome dello stagista”

La “sindrome dello stagista” è quella fase della vita in cui siamo convinti di poter semplificare tutto.Poi il tempo ci insegna che molte procedure non sono in

 

C’è un momento curioso nella vita lavorativa.
Arrivi in un ufficio dove tutto esiste già: procedure, cartelle, archivi, passaggi che si ripetono da anni. 

 

Tu sei nuovo, giovane, veloce, e soprattutto sei convinto di vedere tutto con grande chiarezza. 

 

Lì nasce quella che io chiamo: 

 la sindrome dello stagista.

 

Non compare nei manuali di medicina del lavoro, ma colpisce quasi tutti almeno una volta nella vita.

 

Sintomi

Arrivi in un ufficio che esiste da anni. Forse da decenni. Ci sono armadi pieni di fascicoli, cartelline colorate, procedure scritte, firme, copie, controcopie. Un ecosistema perfettamente adattato alla sua giungla amministrativa.

 

Tu sei nuovo. E soprattutto sei giovane abbastanza da avere ancora fiducia nella semplicità del mondo.

 

Dopo circa tre giorni cominciano i primi pensieri.

“Ma perché fate tutte queste fotocopie?”

 

Dopo una settimana passi alla fase due:

“Scusate… ma non sarebbe molto più semplice fare una tabella?”

 

Dopo quindici giorni la diagnosi è completa.

“Secondo me qui si potrebbe eliminare metà dei passaggi.”

 

Dentro di te nasce un sospetto sempre più forte:


Forse queste persone lavorano così da anni perché nessuno ha mai avuto il coraggio di dire la verità, e cioè che si potrebbe fare tutto in modo molto più semplice.

 

La sindrome dello stagista è proprio questo: la convinzione di essere entrati in un sistema complicato solo perché gli altri non hanno avuto la tua brillante intuizione.

 

Poi passa il tempo. Un giorno succede una cosa piccola, non fai una copia perché ti sembrava inutile.

Dopo due settimane qualcuno ti chiede proprio quel documento, tu lo cerchi, non c’è.

In quel momento senti una voce lontana, nella memoria, è la voce di qualcuno che, mesi prima, aveva detto:
“Meglio fare una copia in più.”

Ma la vera svolta arriva quando succede qualcosa di più serio.

Un sistema informatico si blocca, un documento viene contestato.
Due uffici sostengono di avere versioni diverse dello stesso file, e allora scopri lentamente una verità scomoda.

 

Quelle fotocopie, quelle firme, quelle strane duplicazioni non erano sempre frutto di stupidità.

Erano memoria organizzativa.

 

Ogni passaggio era nato perché, in un certo momento del passato, qualcuno aveva avuto un problema. E qualcun altro aveva trovato una soluzione, la procedura era rimasta lì, come una piccola cicatrice.

 

A quel punto succede qualcosa di molto curioso.

Un giorno entra un nuovo stagista.

Lo vedi osservare le cartelline, le procedure, i passaggi.

E poi senti la frase.

“Ma perché fate tutte queste copie?”

In quel momento ti accorgi di essere passato dall’altra parte della scrivania.

E senza quasi rendertene conto rispondi: “È una lunga storia.”

 

Ripensandoci, credo che la sindrome dello stagista

 non riguardi solo gli uffici.

 

Succede anche nella società, nella politica, nelle discussioni sui sistemi che funzionano da anni. Quando guardiamo qualcosa da fuori, siamo convinti che basti una soluzione semplice per sistemare tutto.

 

Poi entri dentro quel sistema. E scopri che molte cose esistono perché qualcuno, prima di te, ha già provato la versione semplice, e ha scoperto che non funzionava.

 

Un po’ come nelle vecchie case di pietra:
quando arrivi pensi che alcune travi siano state messe lì a caso.

Poi qualcuno ti spiega che reggono tutto il tetto.

E da quel giorno smetti di chiamarle inutili, le chiami struttura portante.